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Racconti
La mano e gli occhi

C’era una volta a San Vito una scuola di ricamo... Questa non è, però, una favola. E’ una storia vera. Rivissuta grazie alla testimonianza di chi in quella scuola ha "studiato", ne ha raccolto i frutti e, nel proprio piccolo, cerca di perpetuarne la tradizione. Lo spunto a raccontarla nasce da una fredda serata di quest'aprile che non accenna a mostrare il proprio volto primaverile e che ha costretto il sottoscritto a cercar compagnia fra quattro mura, nella sede della Ginestra. E’ qui che incontro le tre ormai ex allieve di quella scuola, le quali, nell'arco di una piacevolissima chiacchie¬rata, mi delucidano i particolari della nostra storia. Le tre ricamatrici - Anna Dionisio, Elisa Flamminio ed Anna Olivieri - pur non appartenendo ancora alla mezza età, parlano al passato più che remoto dei loro ricordi legati a quella scuola, ad indicare un'epoca che non c'è più.

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Il quarto di sotto

Quarto di Sotto. Un nome che sembra preso in prestito da un bancone di macelleria. E che è, invece, la definizione con cui i sanvitesi indicano la fascia litoranea, e relativo entroterra, situati a sud del proprio territorio comunale. Una definizione appropriata. Per tre ragioni. Quel quarto riassume in sé l'idea e le dimensioni, non irrilevanti, della "frazione". Quel sotto può riferirsi alla dislocazione "meridionale" dell'area suddetta. Ma anche all'incombere su di essa delle colline retrostanti. L'espressione è onnicomprensiva di tutte le località e contrade che si affacciano lungo la Nazionale Adriatica, dalla fornace in poi. Di quelle che, con linguaggio burocratico, vanno sotto il nome di Portelle, San Fino e Valle Grotte. Di tutti quei punti che dai locali vengono chiamati, in lingua meno ufficiale, Ursiline, Curva de lu generale e Turchinie, D'Annunzio (o eremo), li Virì (o promontorio), li Libbuorie, li  Unte, li Mazziuotte, li 'Nnecchine, fino ad arrivare a lu ponte de le Grutte, che segna il confine con la Shangai di Rocca San Giovanni, Vallevò.

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I vecchi e il mare

Un grido dal Colle in una calda giornata estiva: “Oh! Tè riminì le paranze da Acquarotte!” Le barche, appaiate, avanzano a vele spiegate verso San Vito. Su, in Paese, è subito fermento. In tanti accorrono al Belvedere. Ognuno tenta di scorgere, per primo, il colore ed il disegno delle vele che via via fioriscono laggiù, dalla caligine di Punta Penna, per riconoscere chi sono i marinari di ritorno. Alcuni si affrettano per le scalette che portano alla Marina, già immersa in atmosfera festaiola. Siamo alla fine degli anni 20, alla vigilia dei festeggiamenti della Madonna del Porto, ricorrenza alla quale i pescatori delle paranze non vogliono assolutamente mancare. Dopo oltre un mese di pesca in acque pugliesi, vicino a Lesina, i marinari fanno ritorno a San Vito, con il carico di pesce seccato a bordo, di vino e pane pugliesi per i famigliari e con il gruzzolo racimolato per saldare i debiti contratti in paese. Un leggero vento di scirocco gonfia le vele e, in breve, quelle paranze sono vicine all’approdo, insieme alle tante altre rimaste a pescare in zona.

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